L’ultimo mese sui mercati azionari è stato particolarmente positivo. L’S&P 500 ha recuperato circa il 18% dai minimi di fine marzo, sostenuto da una earning season molto forte, soprattutto da parte delle società legate al settore tecnologico e all’intelligenza artificiale.
Nell’ultima settimana, però, sono emersi i primi segnali di rotazione. Il mercato azionario continua a mostrare forza, ma il quadro macroeconomico e obbligazionario appare più complesso. Da un lato gli indici equity restano orientati al rialzo; dall’altro, il mercato dei bond sta iniziando a prezzare rischi più elevati legati a inflazione, politica monetaria e sostenibilità del debito.
Il punto centrale, oggi, è proprio questo: il mercato obbligazionario sta mandando un segnale molto forte. I Treasury americani a 10 anni sono tornati sopra il 4,5%, ma il movimento non riguarda solo gli Stati Uniti. Il sell-off obbligazionario si sta estendendo anche ad altri mercati sviluppati, confermando che il problema non è isolato, ma globale.
A rendere il contesto ancora più delicato contribuiscono le tensioni geopolitiche e il prezzo del petrolio, che resta in area 100 dollari al barile. Dai colloqui tra Stati Uniti e Cina non sono arrivati segnali particolarmente rilevanti sul fronte dello Stretto di Hormuz, lasciando il mercato esposto a ulteriori pressioni energetiche.
Il segnale del mercato obbligazionario
Il rialzo dei rendimenti obbligazionari rappresenta uno dei segnali più importanti da monitorare in questa fase. Quando i rendimenti salgono in modo così deciso, il mercato sta richiedendo un premio più elevato per detenere titoli di debito.
Questo può dipendere da diversi fattori: aspettative di inflazione più alte, minore fiducia nella traiettoria dei tassi, aumento del rischio fiscale oppure timori legati alla sostenibilità del debito pubblico.
Nel caso attuale, il movimento sembra riflettere una combinazione di questi elementi. L’inflazione sta mostrando segnali di riaccelerazione, i prezzi dell’energia restano elevati e la Federal Reserve si trova in una posizione sempre più difficile: da un lato il mercato e alcune dichiarazioni politiche spingono verso tagli dei tassi, dall’altro i dati macro rendono questa scelta molto meno semplice.
Il rialzo dei rendimenti non è un problema solo per chi investe in obbligazioni. Tassi più alti influenzano tutto il sistema finanziario: aumentano il costo dei mutui, rendono più oneroso il credito per famiglie e imprese e peggiorano il costo di rifinanziamento del debito pubblico.
Per questo motivo, il messaggio del mercato obbligazionario non va sottovalutato. L’azionario può continuare a salire nel breve periodo, soprattutto se sostenuto da utili forti e dalla narrativa sull’intelligenza artificiale, ma un ulteriore aumento dei rendimenti potrebbe diventare un ostacolo importante per la sostenibilità del rally.

US10Y

US20Y

US30Y
Inflazione USA: il problema non è affatto risolto
Sul fronte macro, i dati sull’inflazione pubblicati nell’ultima settimana hanno riportato l’attenzione degli operatori sulla difficoltà della Fed nel dichiarare conclusa la battaglia contro il rialzo dei prezzi.
L’indice CPI su base annua è salito al 3,8% a maggio, un livello che non si vedeva dal 2023. Questo dato conferma che l’inflazione rimane ancora un problema rilevante per l’economia americana.


Dal 2020 a oggi, l’inflazione cumulata ha raggiunto circa il 29%. In termini pratici, significa che beni e servizi che nel 2020 costavano 100 dollari oggi ne costano circa 129. Questo dato aiuta a capire perché, nonostante il rallentamento dell’inflazione rispetto ai picchi del 2022, la pressione sul potere d’acquisto delle famiglie americane rimanga ancora molto forte.
Anche il PPI statunitense ha mostrato un’accelerazione significativa. L’indice dei prezzi alla produzione è salito al 6,0% su base annua ad aprile, rispetto al 4,3% di marzo, dato peraltro rivisto al rialzo. Il dato ha superato le aspettative del mercato, che si fermavano al 4,9%.

L’aumento è stato guidato soprattutto dai margini nei servizi commerciali destinati alla domanda finale, dai costi di trasporto e dai prezzi dell’energia, in un contesto reso più difficile dalle tensioni geopolitiche e dalla guerra con l’Iran.
Nel complesso, CPI e PPI indicano che le pressioni inflazionistiche stanno tornando a rafforzarsi sia dal lato dei consumatori sia da quello dei produttori. Questo rende più complicato per la Federal Reserve procedere rapidamente con tagli dei tassi.
Federal Reserve: tagli meno probabili nel breve periodo
Il tema centrale per i mercati resta la politica monetaria. La domanda che gli operatori si stanno ponendo riguarda la possibilità effettiva di tagli dei tassi da parte della Federal Reserve in un contesto di inflazione ancora elevata e rendimenti obbligazionari in rialzo.
Kevin Warsh, nuovo presidente della Federal Reserve, è considerato una figura più favorevole a una politica monetaria accomodante. Tuttavia, il contesto attuale rende difficile immaginare tagli aggressivi nel breve termine.
Il mercato, infatti, sta mandando un segnale diverso. Le curve dei tassi e il rialzo dei rendimenti suggeriscono che gli operatori stanno iniziando a prezzare una politica monetaria più restrittiva o, quantomeno, meno espansiva di quanto sperato.

La Fed si trova quindi davanti a un equilibrio delicato. Da un lato, un mercato del lavoro che mostra primi segnali di indebolimento potrebbe giustificare una politica meno restrittiva. Dall’altro, inflazione e PPI in accelerazione rendono rischioso tagliare troppo presto.
In questo contesto, lo scenario più probabile è una Fed attendista, con tassi invariati nel breve periodo. Eventuali tagli restano possibili più avanti, ma dipenderanno dalla capacità dell’inflazione di tornare a rallentare e dalla tenuta del mercato del lavoro.
Mercato del lavoro USA: headline solida, qualità più fragile
Il mercato del lavoro americano continua a rappresentare uno degli elementi più importanti per interpretare le prossime mosse della Federal Reserve.

A prima vista, i dati sembrano ancora compatibili con un’economia resiliente. Ad aprile, i Nonfarm Payrolls sono aumentati di 115.000 unità e il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 4,3%. Questi numeri, presi singolarmente, suggeriscono che il mercato del lavoro continui a reggere.
Tuttavia, osservando la composizione dei dati, il quadro appare meno solido. L’occupazione full-time è scesa di 424.000 unità nel mese, portandosi a 134,3 milioni, mentre l’occupazione part-time è aumentata di 123.000 unità.

Ancora più rilevante è l’aumento dei lavoratori part-time per ragioni economiche, cioè persone che vorrebbero un impiego full-time ma non riescono a trovarlo o hanno subito una riduzione delle ore lavorate. Questo gruppo è cresciuto di 445.000 unità, arrivando a 4,9 milioni.
Questi elementi indicano che la qualità dell’occupazione sta peggiorando. Il mercato del lavoro continua a creare posti,ma una parte crescente di questi sembra essere meno stabile e meno favorevole rispetto al lavoro full-time.
A questo si aggiunge un ulteriore fattore: la crescita occupazionale è sempre più concentrata in pochi settori, in particolare sanità e assistenza sociale. Da fine 2023, questo comparto ha aggiunto circa 1,76 milioni di posti di lavoro, mentre il resto del settore privato, al netto della sanità, è rimasto quasi fermo o leggermente negativo.
Questo non rappresenta necessariamente un segnale recessivo immediato, ma suggerisce che la creazione di occupazione è meno diffusa di quanto sembri dal dato aggregato.
In sintesi, il dato headline resta positivo, ma la qualità sottostante del mercato del lavoro comincia a mostrare segnali di fragilità. Meno full-time, più part-time e una crescita concentrata in pochi settori indicano che la domanda di lavoro potrebbe essere più debole di quanto appaia dai Nonfarm Payrolls.
Il rischio globale sui bond
Il rialzo dei rendimenti non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Anche altri mercati obbligazionari stanno mostrando segnali di stress.
I bond inglesi, ad esempio, sono saliti fino al 5,8%, in un contesto di maggiore incertezza politica dopo la sconfitta di Starmer alle elezioni amministrative del 7 maggio.
Questo rafforza l’idea che il movimento sui bond non sia legato esclusivamente alla politica monetaria americana, ma a un repricing più ampio del rischio globale. Gli investitori stanno richiedendo rendimenti più elevati per detenere titoli di debito, in un contesto caratterizzato da inflazione persistente, tensioni geopolitiche e dubbi sulla sostenibilità fiscale.
Il segnale è importante: il mercato sta chiedendo un premio maggiore per finanziare governi e debito pubblico. Questo può diventare un fattore di pressione non solo per l’obbligazionario, ma anche per l’azionario, soprattutto se i rendimenti continueranno a salire.
Conclusione
Il mercato si trova in una fase complessa.
L’azionario continua a mostrare forza, sostenuto da utili solidi e dalla narrativa legata all’intelligenza artificiale. Tuttavia, il mercato obbligazionario sta mandando un messaggio più prudente: rendimenti in rialzo, inflazione persistente e maggiore premio al rischio indicano che il contesto macro non è semplice.
La Federal Reserve, in questo scenario, ha poco spazio per tagliare i tassi in modo aggressivo nel breve periodo. L’inflazione resta troppo elevata e il rialzo dei rendimenti suggerisce che il mercato non è ancora convinto di un ritorno rapido verso condizioni monetarie più accomodanti.
Il mercato del lavoro, nel frattempo, continua a reggere nei dati principali, ma mostra segnali di deterioramento nella composizione: meno occupazione full-time, più part-time e crescita concentrata in pochi settori.
La chiave delle prossime settimane sarà capire quale mercato ha ragione: l’azionario, che continua a prezzare uno scenario positivo, oppure l’obbligazionario, che sta segnalando rischi macro più elevati.
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