Già conosciamo la situazione dello Stretto di Hormuz, non abbiamo particolari novità. Il problema rimane sullo sfondo.

Nonostante la grave situazione di sfondo, un mese dopo il minimo di mercato, l’S&P500 ha compiuto un rally a rialzo di quasi il 15%. Questa performance è molto simile a quella che abbiamo avuto nel 2025. E’ molto interessante come sia quest’anno che lo scorso, i due ribassi siano stati segnati da preoccupazioni derivanti dal settore AI.

In entrambi gli anni, l’indice azionario ha seguito un pattern che abbiamo visto più volte,anche nel 2020 con la crisi del Covid e nel 2023 con la crisi bancaria. Tutti ribassi seguiti da forti rally al rialzo. 

Il rally, come dicevamo nel report di scorsa settimana, è stato alimentato da più elementi: in primis gli utili delle aziende.

La earnings season delle scorse settimane è stata impressionante: 4 aziende su 5 dell’S&P500 hanno battuto le aspettative. 

Molti analisti, stimano ora che gli utili delle società Statunitensi nel primo trimestre e per l’intero anno 2026 cresceranno rispettivamente di oltre il 16% e il 20% su base annua, dopo che entrambe le stime sono state riviste al rialzo dall’inizio della earnings season.

Ma riprendendo la scorsa analisi, ci eravamo lasciati praticamente con la stessa situazione, un mercato azionario fortemente a rialzo, mosso dalla earning season, ma dal punto di vista macroeconomico con dei dati che comunicano altro. 

STATI UNITI

Con 8 voti a favore contro 4, la FED lascia invariato il tasso di interesse, mentre il mercato prezza un taglio nel corso del 2026. Ma scendiamo in profondità con i voti. Miran avrebbe voluto il taglio di 25 bps. Gli altri tre voti di Hammack, Kashkari e Logan, semplicemente non volevano una formulazione comunicativa orientata a futuri tagli. Quindi tre voti dei quattro a sfavore, non contestano la pausa, ma non vogliono far credere al mercato che taglino i tassi. 

I tassi sono stati lasciati invariati per via dell’incertezza generata sia dal conflitto tra USA ed Iran sia dai dati macro:

  • una crescita che tiene
  • un’inflazione persistente
  • un’energia con prezzi alti
  • un mercato del lavoro resiliente

In questo contesto tagliare subito senza dati che lo confermano concretamente, potrebbe rivelarsi problematico per il futuro, per questo ancora non tagliano.

Nonostante ciò, il mercato si aspetta che la nomina di Warsh come presidente della FED possa portare la politica verso un orientamento più accomodante.  Per questo ci si aspetta almeno un taglio dei tassi di interesse quest’anno. 

Lo scenario più plausibile è quello di una Fed che nei prossimi meeting tiene i tassi ancora invariati per poi tagliarli di 25bps entro dicembre, mentre i costi per l’energia continuano a pesare sui consumatori ed il mercato del lavoro si raffredda. 

In questo contesto, il recente calo dei prezzi obbligazionari potrebbe offrire opportunità interessanti per assicurarsi rendimenti più elevati, soprattutto sulle scadenze a 5-7 anni. Prevedo inoltre un indebolimento dell’indice del dollaro USA verso quota 96, a seguito dello scenario in cui si prezza il taglio dei tassi da parte della Fed.

A livello di dati macro, questa settimana sono usciti i dati del PCE, a cui fa molto riferimento la FED stessa. 

Anche il dato core, che esclude beni alimentari ed energia è salito.

Il problema quindi non è solo il prezzo del petrolio ma una pressione sui prezzi in diffusa. Se il trasporto delle merci costa maggiormente e le aziende pagano di più, una parte di quei costi si riflette sui prezzi che il consumatore trova in negozio. Il problema inflazionistico non è teorico, ma si sta riflettendo concretamente sull’economia reale. 

EUROPA

Anche la BCE ha lasciato invariati i tassi di interesse. Ma come abbiamo visto nei precedenti report, il quadro Europeo rimane quello più problematico. 

Da questo grafico si può facilmente capire il motivo di un’inflazione così alta. Il problema dell’inflazione alta in Europa è che è accompagnata a una crescita debole, configurazione che come abbiamo già visto le scorse settimane, può portare ad uno scenario stagflazionistico. 

Visto questo la BCE si trova in una situazione scomoda e la visione è di un possibile aumento di 25pbs nelle prossime riunioni. 

GRAN BRETAGNA

Secondo il governatore Bailey,La BOE si trova ad affrontare la “combinazione più difficile” di effetti economici.

Bailey ha dichiarato che le prospettive per i prezzi dell’energia sono “molto incerte”, e che un possibile effetto di lunga durata potrebbe far sì che la crescita dei prezzi si ripercuota sul resto dell’economia e radichi l’inflazione più profondamente. Il Comitato della Banca Centrale Inglese ha votato con una maggioranza di 8 a 1 per mantenere il tasso di interesse al 3,75%.

Il dato sull’inflazione di marzo ha mostrato un rialzo al 3,3%, rispetto al 3% del mese precedente, a causa dell’aumento dei prezzi dei carburanti che ha spinto al rialzo l’intero paniere dei beni. 

La BOE ha dichiarato giovedì che l’inflazione probabilmente aumenterà nel corso dell’anno, a causa degli effetti dell’aumento dei prezzi dell’energia e che teme effetti a catena, che potrebbero alimentare ulteriormente l’inflazione.

Prima della guerra in Iran, si prevedeva una serie di tagli dei tassi di interesse nel 2026, ma tali previsioni si sono poi ribaltate, con l’aspettativa che la Banca d’Inghilterra possa aumentare i tassi entro la fine dell’anno.

GIAPPONE

La Bank of Japan questa settimana ha tenuto invariati i tassi di interesse, ma anche qui il mercato sconta un rialzo dei tassi. Nel board i voti per il rialzo all’1% si sono già alzati a tre, contro i 6 che hanno votato per tenerli invariati. 

Il board ha anche rivisto le proiezioni di crescita e di inflazione

  • inflazione FY2026 a 2.8%, da 1.9%
  • inflazione FY2027 a 2.3%, dal 2.0%
  • crescita FY2026 a 0.5% da 1.0% 

Rimanendo in Giappone ma spostandosi sulla valuta, questa settimana il cambio USDJPY  ha superato a rialzo il livello 160, che come avevamo visto scorsa settimana, è un’area importantissima in cui il Giappone è intervenuto in passato per portare lo yena rialzo.

Anche questa settimana, il governo è intervenuto per portare a rialzo lo yen, facendo segnare in un unica seduta un ribasso del 2% del cambio USDJPY. Intervento importantissimo per 2 motivi:

  • Il petrolio in rialzo, ha alzato il costo delle importazioni, alimentando l’inflazione e complicando la situazione per la BoJ
  • Poi per il carry trade, uno yen che si rafforza così velocemente, fa saltare il meccanismo. Il mercato arrivava a questo livello con molte posizioni short sullo yen, quando queste posizioni si chiudono tutte insieme, il movimento si amplifica. Esattamente ciò che è accaduto questa settimana ed ad agosto 2024.

Per quanto riguarda usdjpy, il target macro rimane  ribasso fino a 152, sia per quanto riguarda una continuazione ribassista dopo i forti movimenti sia in vista di un imminente rialzo dei tassi.

IN CONCLUSIONE

Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un mercato azionario che continua a mostrare forza, sostenuto da utili societari solidi. Tuttavia, il contesto macroeconomico rimane più complesso.

L’inflazione continua infatti a mostrare una certa persistenza, soprattutto a causa dei prezzi energetici e delle tensioni geopolitiche che incidono sui costi di produzione e sui flussi commerciali globali. In questo contesto, le principali banche centrali si trovano ancora in una posizione delicata: da un lato la necessità di sostenere la crescita, dall’altro il rischio di allentare la politica monetaria troppo presto. 

In questo scenario, la volatilità potrebbe tornare a salire, rendendo fondamentale mantenere un approccio prudente e flessibile nell’analisi dei mercati. 

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