Analisi del 27 luglio 2026
Inflazione, Petrolio e Tassi di Interesse


Nei precedenti articoli abbiamo analizzato più volte il ruolo dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi mondiali per il trasporto di petrolio. Negli ultimi mesi le tensioni nell’area hanno influenzato significativamente le quotazioni energetiche: la temporanea riduzione delle ostilità aveva favorito una discesa del greggio, contribuendo a migliorare le aspettative sull’inflazione e sui tassi di interesse. La situazione, tuttavia, è nuovamente cambiata.
Nelle ultime settimane le tensioni sono aumentate, con nuovi attacchi da parte dell’Iran e degli Stati Uniti e una forte riduzione della transitabilità dello Stretto di Hormuz. Le quotazioni energetiche hanno reagito di conseguenza: il WTI ha concluso la settimana intorno agli 85 dollari, mentre il Brent si è avvicinato ai 96.
Il rischio di uno shock dal lato dell’offerta, pertanto, non può ancora essere considerato superato.
Ora. Gli ultimi dati sull’inflazione degli Stati Uniti sono stati molto positivi. Perchè?

Leggiamo i dati:
- CPI y/y +3.5%
- CPI Core y/y +2.6%
L’ultimo report CPI ha comunicato che l’inflazione Usa ha raggiunto un punto di calma, con un forte ribasso in confronto ai mesi precedenti.
La moderazione del CPI headline è stata favorita anche dal precedente ribasso del prezzo del petrolio.
Nel chart qui sotto troviamo:
- sopra il petrolio WTI
- sotto il CPI y/y

Il confronto tra le due serie suggerisce che il prezzo del petrolio abbia contribuito alla recente moderazione dell’inflazione complessiva. Nei periodi in cui le quotazioni energetiche sono aumentate, anche il CPI headline ha generalmente mostrato maggiori pressioni. Il successivo ribasso del greggio ha invece favorito una riduzione della componente energetica.
Il rapporto non deve però essere interpretato come perfettamente causale: l’inflazione dipende anche da servizi, abitazioni, salari e beni. Inoltre, la discesa del Core CPI, che esclude energia e alimentari, indica che la moderazione non riguarda esclusivamente il petrolio.
Vediamo infatti anche le componenti inflazionistiche:

La scomposizione del CPI mostra come l’energia abbia registrato la variazione più elevata tra le principali componenti. Il rallentamento osservato nell’ultimo report rappresenta un segnale positivo, ma il livello rimane ancora nettamente superiore a quello delle altre categorie. Un nuovo aumento del petrolio potrebbe quindi interrompere questa moderazione e riportare pressione sull’inflazione headline.
Ora arriviamo al punto principale che sta condizionando al momento i mercati.
La Fed, cosa farà nel prossimo periodo?
Vediamo il FedWatchTool del CME:

Secondo il FedWatch Tool, il mercato attribuisce complessivamente una probabilità superiore all’80% a un livello dei tassi più elevato entro settembre. Questo non rappresenta una previsione certa, ma mostra come gli operatori stiano rivalutando il rischio di una politica monetaria più restrittiva. Se il petrolio dovesse mantenersi elevato e le pressioni inflazionistiche tornassero ad aumentare, la Fed avrebbe meno spazio per adottare un atteggiamento accomodante.
Quindi, sul mercato attuale saranno importantissimi in primis il prossimo FOMC del 29 luglio, dove anche se in assenza di indicazioni esplicite sul futuro percorso dei tassi, le parole utilizzate durante la conferenza stampa saranno attentamente analizzate dagli operatori per comprendere la funzione di reazione della Fed. Poi, la pubblicazione del PCE del 30 luglio e il nuovo rapporto CPI del 12 agosto. Questi appuntamenti permetteranno di capire se il recente rallentamento dell’inflazione rappresenti l’inizio di una tendenza più stabile oppure una moderazione temporanea, destinata a essere interrotta dal nuovo aumento delle quotazioni energetiche.
Mercato obbligazionario
L’aumento del rendimento del Treasury decennale verso il 4,7% segnala che il mercato richiede una remunerazione più elevata per detenere debito statunitense a lunga scadenza.

Il movimento può riflettere contemporaneamente aspettative di inflazione più persistente, una politica monetaria restrittiva più prolungata, un aumento del premio a termine e le preoccupazioni legate alla crescente offerta di titoli pubblici.
Rendimenti così elevati hanno conseguenze che vanno oltre il mercato obbligazionario. Aumentano il costo dei mutui e dei finanziamenti alle imprese, rendono più oneroso il servizio del debito pubblico e riducono, a parità di condizioni, il valore attuale degli utili futuri delle società. Per questo motivo un ulteriore aumento del decennale potrebbe esercitare pressione soprattutto sui titoli growth e tecnologici.
Questo dovrebbe far preoccupare il Presidente Trump, le elezioni mid-term si avvicinano mentre il mercato obbligazionario va verso ai massimi di quest’anno, i prezzi della benzina in America sono vicini ai massimi di marzo e l’inflazione che potrebbe tornare a rialzo se il prezzo del petrolio non si abbassasse.
Banche Centrali
Abbiamo già accennato cosa ci aspettiamo dalla Fed nel prossimo periodo. Come conferma il Fed Watch Tool sopra, il mercato si aspetta una pausa nel prossimo meeting e un rialzo a settembre. Nel caso in cui, il prezzo del petrolio non dovesse scendere, l’escalation continuasse e da questo vedremmo un prossimo CPI di nuovo vicino al 4%, allora a settembre sicuramente potremmo vedere un rialzo. Ma nel caso in cui la situazione in Medio Oriente dovesse placarsi e il prossimo dato CPI non uscisse così tanto preoccupante, potremmo anche assistere all’avvio di un trend a ribasso per l’inflazione americana e una Fed che quest’anno tiene i tassi in pausa al 3.5-3.75%.
La BCE questa settimana ha mantenuto i tassi invariati al 2.4% confermando un approccio cauto in attesa di ulteriori segnali macroeconomici.
Nel frattempo, nell’altra parte del mondo, in Giappone troviamo una situazione alquanto complicata.
Ne abbiamo già parlato nello scorso articolo, una moneta, lo yen, che non riesce a riprendersi nei confronti del dollaro, nonostante gli interventi della BoJ e i tassi all’1%. Questo dà vita a un meccanismo molto pericoloso, quello che porterebbe a non far funzionare più il carry trade.
La prossima settimana abbiamo proprio la decisione della BoJ, la quale probabilmente manterrà i tassi all’1%. L’inflazione continua a salire al 1.6% questo mese contro l’1.4% del mese scorso. Nel frattempo il cambio USD/JPY si avvicina ai 165, livello molto alto che potrebbe vedere l’intervento del governo per farlo tornare a livello più basso.
Anche la BoE il 30 luglio si riunirà per la decisione sui tassi per probabilmente mantenere il tasso sul 3.75%. L’inflazione energetica persistente potrebbe mantenere i rendimenti GILTS a livelli elevati, mentre supportano la sterlina, anche se l’attività economica rimane debole. In questo scenario, GBP/USD potrebbe continuare a oscillare nell’area compresa tra 1,3200 e 1,3500, finché non emergeranno nuovi segnali dalla BoE o dai dati sull’inflazione.
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