Veniamo da settimane impressionanti, in cui l’S&P500 ha fatto un rapido rally a rialzo del 13%, come se tutto si fosse sistemato. Nessun conflitto, colloqui finiti, situazione sistemata ed Hormuz in operatività come sempre. 

Il mercato ha scontato la visione degli investitori a riguardo gli earnings delle magnifiche 7.

Guardando le prime trimestrali già uscite, come quelle di Intel o JPMorgan, lasciano intendere che nonostante il conflitto e i prezzi altissimi dell’energia, ci aspetta una season degli utili molto solida.

Ma ciò non riflette la situazione dell’intero mercato.

I rendimenti obbligazionari a 10 anni, restano intorno al 4.3%, mostrando che il mercato è ancora profondamente influenzato dalla situazione in Medio Oriente.

Il tema caldo, infatti,  rimane ancora quello sull’ energia e sullo Stretto di Hormuz, non ancora aperto e funzionante a pieno regime. 

Il prezzo del petrolio rimane ancora molto alto per essere definito sostenibile, questa settimana i colloqui tra USA ed Iran hanno tranquillizzato il mercato ma l’attività nello Stretto di Hormuz ancora non è tornata alla normalità. Inoltre, questo weekend sono stati cancellati i colloqui della prossima settimana. 

A riguardo del petrolio, è importante specificare che una riapertura dello stretto non riporterebbe i prezzi ai livelli pre-conflitto in poco tempo, ma nel caso accadrebbe in maniera più lenta. Le spedizioni necessiterebbero di tempo e stessa cosa le strutture necessarie che devono essere riparate. 

Il target di prezzo del WTI è  nel range tra i 90 e gli 80 dollari al barile, in caso di de-escalation andremo verso i 70 ed in caso di escalation il target è 150 dollari. Quest’ultimo scenario (poco probabile) porterebbe problemi economici davvero importanti all’economia mondiale. 

Da una parte abbiamo quindi un mercato azionario positivo, in espansione, mosso dai colloqui, le trimestrali, un AI che corre e probabilmente un pizzico di FOMO. Questo porta i prezzi sempre più in alto.

Dall’altro lato abbiamo un mercato più prudente, che fa attenzione, l’inflazione comincia ad alzare la testa, il petrolio è a livelli alti, le infrastrutture non si riparano facilmente e in poco tempo ed in tutto ciò lo stretto di Hormuz è ancora chiuso.

Questa settimana sono usciti i PMI delle principali economie globali, i quali ci danno una mano a capire come esse stanno reagendo a questa situazione. 


Dagli Stati Uniti mostrano un’attività che non dà segni di cedimento e la crescita continua.

C’è da dire che, una parte della forza manifatturiera, arriva da un accumulo di scorte. Le aziende stanno anticipando gli acquisti per timori sui prezzi e disponibilità delle forniture. 

Quindi negli USA, la crescita c’è ma è accompagnata da una catena di approvvigionamenti più tesa e pressioni inflazionistiche in accelerazione.

Le Retail Sales sono aumentate bruscamente dell’1,7% a marzo 2026, superando le aspettative del mercato (1,4%) e dopo un incremento rivisto al rialzo dello 0,7% a febbraio. Si tratta della crescita più sostenuta da marzo 2025. Ma una parte molto importante di questa crescita arriva dal fatto che fare il pieno al benzinaio costa di più. Gli incassi delle stazioni di servizio sono aumentate del 15,5% con i prezzi della benzina a +24% mentre le vendite nei ristoranti sono salite appena dello 0.1%.

La FED invece che cosa fa?

Si trova davanti un’economia che sta assorbendo le pressioni del momento. In questa situazione non è giustificabile facilmente un taglio ai tassi, ma allo stesso tempo sta oggettivamente subendo la pressione da parte dell’imminente inflazione. 

L’Europa si ritrova in una situazione ben diversa. 

Il problema dell’Eurozona è la domanda interna che non sta reggendo lo shock energetico. 

A questo aggiungiamo l’IFO tedesco.

Questo indicatore si trova ai minimi dai tempi del covid, aggiungendo all’economia tedesca una pochissima fiducia e quindi un sentiment in deterioramento. 

A differenza degli Stati Uniti, qui il problema è che i prezzi energetici stanno salendo su un’economia già di se in una situazione non buona.

Il quadro Europeo ha sembianze stagflazionistiche e se la BCE vuole evitare effetti di secondo giro si potrebbe ritrovare più avanti a dover essere meno accomodante. 

Dati sull’inflazione del Regno Unito.

Da questi si può chiaramente vedere un primo risultato dello shock energetico con un PPI al 4.4% ed un CPI che sale al 3.3%.

Ogni volta che il PPI ha avuto un rialzo come questo, possiamo notare che il CPI ne ha risentito nei mesi successivi.

Passando invece al Paese del Sol Levante, troviamo una situazione di shock energetico in un equilibrio monetario già fragile.

La manifattura regge bene, specialmente grazie alle esportazioni e agli ordini anticipati. Ma il resto dell’economia preoccupa di più.

L’economia Giapponese già risente dell’inflazione, infatti, a marzo il CPI è salito a 1.5% e la sua componente core a 1.8%. 

Ma il quadro non finisce qui. La debolezza dello yen sommata al prezzo dell’energia globale che sale, rischia di aumentare ulteriormente la pressione sui prezzi interni, facendo salire ancora l’inflazione. 

Se i prezzi continuano a salire, la BoJ dovrà essere più restrittiva, ed infatti il mercato al momento prezza 50 bps di rialzo dei tassi. 

Ma se la BoJ diventa più restrittiva, aumenta la pressione su tutto quel meccanismo del carry trade, costruito tramite tassi bassissimi e yen debole.

Se mettiamo insieme tutto ciò che abbiamo analizzato, il quadro finale è abbastanza chiaro.

Il mercato azionario sta correndo con una forza che nasce da una narrativa precisa: intelligenza artificiale, utili delle magnifiche 7, ottimismo sulla situazione di Hormuz ed un pizzico di FOMO.

Solo che scendendo nel dettaglio il quadro è molto meno bello di quanto sembra.

Lo shock energetico è ancora sul tavolo: lo Stretto di Hormuz non è tornato a funzionare in modo credibile, il petrolio continua a muoversi a livelli troppo alti per definirlo normalizzato ed i dati che abbiamo analizzato cominciano a parlarci di inflazione e di economie fragili.

L’azionario sta correndo ed il mercato e gli investitori ne saranno sicuramente felici, ma questo rally sta lasciando dietro un sistema di prezzi e dati che ancora non confermano questa forza.

Il compito di un investitore in queste situazioni deve essere quello di eseguire il suo piano, la sua strategia, come ha fatto in passato, senza farsi prendere dall’euforia del momento, che potrebbe confonderlo e condizionare il suo portafoglio.


Livelli tecnici di interesse

  • DXY – target 96 – Supponendo che l’attuale conflitto si continui a moderare, portando ad una de-escalation, gli investitori continuerebbero a spostarsi dal dollaro americano, portandolo a ribasso. Tuttavia, il rischio di un’escalation è ancora presente e perciò bisogna ancora muoversi con molta calma. Nonostante ciò, la prospettiva del mercato è legata ad un taglio dei tassi di interesse da parte della FED entro fine anno. Ciò contribuisce alla visione di deprezzamento del dollaro. 
  • EurUsd – target 1.2 – La BCE potrebbe tenere un approccio cauto, con un aumento dei tassi di interesse entro la fine del 2026. La domanda di rifugio sicuro verso USD si riduce e spinge investitori verso EURO ed altre valute.
  • UsdJpy – target 152 – Al momento in una situazione di range, ma con un pensiero maggiormente verso il ribasso. Il rialzo è limitato al rischio di intervento vicino al livello 160. Le aspettative di inflazione rafforzano la visione dell’aumento dei tassi di interesse
  • UsdChf – target 0.76 – Il previsto accordo con gli USA, se chiuso, porterebbe le prospettive di crescita Svizzera a migliorare. Si prevede inoltre che la Banca Nazionale Svizzera adotterà una politica restrittiva entro fine 2026.
  • UsdCad – target 1.35 – Tendenza ribassista dettata dai prezzi elevati del petrolio, che potrebbero continuare a sostenere il CAD. Ma se dovesse persistere la debolezza del mercato del lavoro interno, il vantaggio dal petrolio non sarà sufficiente a scongiurare un rischio al rialzo del cambio, ma per ora non rappresenta lo scenario base.

Cosa ci aspetta questa settimana? 

Avremo le riunioni e le decisioni sui tassi di interesse di molte Banche Centrali. Le decisioni sui tassi non saranno troppo impattanti, in una situazione di caos data dal conflitto ed incertezza. Saranno importantissimi i discorsi, che tratteranno la guerra e la situazione globale a livello di shock energetico ed inflazione. Questi ultimi potranno generare volatilità sul mercato.

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