Rivediamo un piccolo riassunto di questa settimana, ricca di eventi.

Lunedì il presidente Trump rinvia di cinque giorni gli attacchi contro alcuni siti energetici iraniani, di conseguenza il mercato vede scendere sotto gli 85 dollari il petrolio e vede un forte rialzo sulle borse.

Dopo, mercoledì, secondo quanto riportato dai media iraniani, l’Iran ha respinto la proposta di cessate il fuoco degli Stati Uniti e ha controproposto una propria serie di condizioni per la fine della guerra tra cui l’immediato stop di attacchi, richiesta di alcune garanzie concrete contro futuri attacchi americani, pagamento dei danni di guerra, riconoscimento dell’autorità iraniana su Hormuz e la fine della guerra da ogni fronte. 

Arriviamo a fine settimana senza miglioramenti dal punto di vista delle negoziazione, con gli Houthi che si inseriscono nello scenario del conflitto ed un petrolio a 100$ al barile.

L’attacco ad Israle da parte degli Houthi porta i mercati a pensare che anche il lato del Mar Rosso possa diventare un nuovo fronte, anche esso fondamentale per il trasporto del petrolio e altre materie.

Questo fa si che il focus del mercato sia solamente la questione energetica, legata allo shock di offerta di petrolio.

Come abbiamo visto nell’analisi della scorsa settimana, il petrolio è un driver fondamentale dell’inflazione. L’OCSE questa settimana ha rilasciato le sue proiezioni economiche e vede un’inflazione americana in forte rialzo. Dopo il 2,6% del 2025, e’ attesa in rialzo al 4,2% quest’anno (dal 3%) e all’1,6% il prossimo (da 2,3%). 

Questa aspettativa è anche confermata dal modello della FED, il quale stima che un rialzo del 10% del prezzo del petrolio alza l’inflazione di circa 0.4 punti percentuali.

Considerando che il prezzo del petrolio nelle ultime settimane è salito di circa il 50%, secondo la stima della FED potremmo vedere un rialzo del 2% sull’inflazione USA. L’ultimo dato CPI mostra un inflazione al 2.4%, portando quindi la aspettativa di inflazione al 4.4%, abbastanza in linea con ciò che proietta l’OCSE.

Per valutare meglio l’impatto economico del conflitto riprendo un Report di Goldman Sachs del 20 marzo, in cui è presente uno studio di stime empiriche di inflazione e GDP in relazione all’aumento dei prezzi del petrolio.

I loro modelli mostrano come ogni 10% di rialzo dei prezzi del petrolio, riduce il PIL globale di circa lo 0.1% riflettendo un rallentamento del reddito e della spesa reale. Sul fronte dell’inflazione, i modelli mostrano che ogni 10% di rialzo dei prezzi del petrolio incrementa l’inflazione globale di 0.2 punti percentuali, con effetti maggiori in Asia ed Europa.

In tutta questa situazione, le banche centrali sono in molta difficoltà.

Vediamo per prima la FED, si trova in una situazione di shock di offerta che essa non può controllare. Infatti ciò che essa potrebbe controllare tramite i suoi strumenti è uno shock di domanda.

Ma la situazione in cui essa si trova è molto più complicata di così. L’economia Statunitense si trova in una situazione di crescita rallentata, inflazione che come abbiamo visto si può rialzare e un mercato di lavoro molto debole. 

Come abbiamo visto nell’analisi di scorsa settimana, il grande pericolo è uno scenario di stagflazione.

La FED in questa situazione è quindi ad un bivio:

  • aumentare i tassi di interesse e causare una crisi del mercato del lavoro
  • non alzare i tassi di interesse e causare un innalzamento dell’inflazione

La situazione è ancora più complicata per l’Europa

  • PMI Europeo che scende a 50.5, comunica che l’economia dell’eurozona continua a crescere ma ad un ritmo molto debole
  • Indice IFO tedesco in crollo a marzo, fiducia manifatturiera molto fragile
  • CPI 2.1% con parte core al 2.4%. disinflazione è in corso ma non ancora rassicurante, BCE deve essere prudente

L’Europa al momento non sta crollando ma si trova su un terreno fragile. La crescita è troppo bassa per bassa per assorbire uno shock e l’inflazione è troppo alta per stare tranquilli. 

Il problema dell’Europa è la dipendenza energetica. Prendiamo gli Stati Uniti, sono produttori di petrolio e di gas, la Cina produce carbone, con cui alimenta le industrie. L’Europa dopo l’invasione dell’Ucraina ha ridotto drasticamente le importazioni di gas dalla Russia, arrivando a dipendere dalle importazioni in arrivo dal Qatar.

Essendo lo stretto di Hormuz fondamentale per il gas naturale, questo diventa un grave problema per l’Europa.

Questi sono i motivi per cui lo shock energetico potrebbe essere più grave nel vecchio continente. Esso potrebbe far salire l’inflazione, rallenterebbe un’economia già in rallentamento colpendo un industria manifatturiera già debole. Una bella ricetta che potrebbe anche qui portare ad uno scenario di stagflazione. 

Ecco il motivo per il quale l’Europa deve stare cauta e attenta a qualunque mossa essa faccia. 

Passando al mercato ed ai suoi prezzi, un importante segnale lo stanno lanciando i rendimenti obbligazionari. Venerdì la seduta ha chiuso con i rendimenti delle obbligazioni a 10 anni al 4.43%, livello che riflette le crescenti preoccupazioni degli investitori. Quando il rendimento dei titoli di stato aumenta, significa che il mercato richiede un premio più alto per detenere quel debito. 

L’aumento dei rendimenti è legato specialmente all’aumento delle prospettive di inflazione, se la FED dovesse alzare i tassi di interesse ciò renderebbe i titoli già emessi meno attraenti, costringendo il mercato a chiedere tassi di rendimento maggiori. 

Il mercato dei Treasury continua a essere il pilastro del sistema finanziario globale, essendo considerati gli asset più sicuri e liquidi al mondo, ma dei rendimenti così alti non sono salutari per il debito pubblico americano, già molto alto.

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